Carovana migranti: il viaggio della speranza

in L'altro occidente di

La carovana è partita il  12 ottobre da San Pedro Sula (in Honduras) ed è arrivata fino a città del Messico. Di fatto i migranti hanno percorso circa 1.600 km a piedi. I migranti honduregni hanno intrapreso questo lungo cammino, in quello che si potrebbe definire come “un viaggio della speranza”, per raggiungere gli Stati Uniti. L’intenzione è quella di coronare quel “sogno americano” che per molti decenni ha attirato milioni di migranti da tutto il mondo. Basta qui ricordare i milioni di italiani partiti per trovare fortuna, condizioni di vita migliori, per poter permettere ai propri figli una vita dignitosa, differente da quella che avevano vissuto loro in Italia.

L’Honduras è uno dei paesi più poveri di tutto il centro-America. Con una popolazione di 9 milioni, registra un tasso di povertà, secondo le stime della World Bank, di circa il 60%. A questo va aggiunto il fatto che circa una persona su 5 vive in condizioni di povertà estrema[1]. Per di più, l’Honduras è uno dei paesi più violenti e pericolosi del mondo. Non è un caso che i migranti siano partiti da San Pedro Sula, definita come la città più violenta del mondo, con approssimativamente 170 morti ogni 100.000 abitanti.

Honduras: tra corruzione e impunità

Il Presidente Juan Orlando Hernández, rieletto per un nuovo mandato nel 2017, si è reso responsabile di varie violazioni dei diritti umani. Due fatti principali riguardano il Presidente honduregno. Il primo risale al 2015, quando la Corte Suprema dell’Honduras votò a favore di un ricorso di inapplicabilità dell’articolo 239 della Costituzione, che impediva la rielezione presidenziale. Grazie a questo Hernández si è potuto ripresentare alla tornata elettorale, dopo aver vinto le elezioni del 2014. Molti esperti hanno parlato di una aperta violazione della Costituzione e una grave limitazione dei poteri della Corte.

Il secondo fatto riguarda quanto successo dopo la rielezione di Hernández. Infatti, in seguito alle elezioni presidenziali del 26 novembre 2017, iniziarono, in tutto l’Honduras, numerose proteste contro il Presidente. Secondo Erika Guevara-Ross, direttrice di Amnesty International per le Americhe, “i livelli di violenza sono comparabili a quelli che seguirono il colpo di stato del 28 giugno 2009, quando le forze di sicurezza si resero responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, favorite da vari stati d’emergenza e coprifuoco”. Secondo l’ONU al termine delle proteste si registrarono 23 morti tra i manifestanti, oltre a svariate denunce da parte dei cittadini per l’aperta violazione dei diritti dell’uomo.

Si può quindi capire perché l’Honduras è uno dei paesi nei quali la sfiducia nelle istituzioni è tra le più alte del mondo. Questo dato viene giustificato dal fatto che molto spesso i reati e i continui episodi di corruzione da parte delle forze dello Stato, ed il coinvolgimento di queste in attività criminali rimane impunito. Se a questo si aggiunge la pericolosità del paese Latino-americano, le sue difficoltà economiche, è facile capire perché 160 persone hanno deciso di intraprendere un viaggio così difficoltoso, alla ricerca di condizioni di vita dignitose.

Dall’Honduras al Messico: viaggio attraverso insicurezza e violenza

Partiti dall’Honduras hanno proseguito il loro cammino passando per il Guatemala, nonostante un primo tentativo del governo guatemalteco di chiudere la frontiera per impedire il passaggio dei migranti. Il governo del Guatemala ha dovuto fare marcia indietro e permettere il passaggio dei migranti. È proprio in questo paese che il gruppo ha iniziato a crescere, arrivando a contare più di 7 mila persone, una volta arrivati al confine con il Messico.

Il futuro[2] Presidente Messicano Andrés Manuel López Obrador ha subito dichiarato che non sarà disposto ad ospitare chi non ha le basi legali per rimanere nel paese. Infatti, chi non sarà riconosciuto legalmente sarà “rispedito” al suo paese d’origine. Il problema, ancora una volta, è quello dei paesi d’origine sicuri. Si pone il problema, da un punto di vista di diritto internazionale, per cui rimandare i migranti al paese di partenza può avvenire solo se le condizioni di tale paese sono considerate sicure. È evidente che l’Honduras non può essere considerato un paese di origine sicuro. È lo stesso problema che si pone in Europa quando si propone di rimandare i migranti verso quei paesi in cui le violenze generalizzate, la guerra e la repressione dell’opposizione politica sono la norma e non l’eccezione.

Il Messico: la violenza diffusa e le minoranze

Il Presidente Obrador ha assicurato che uno degli obiettivi della sua presidenza sarà quello di ottenere un accordo con il Presidente Trump e il Presidente canadese, Justin Trudeau, per mettere in moto un processo di sviluppo e cooperazione dell’America centrale e del Sud del Messico. La proposta di Obrador appare quantomeno curiosa, dal momento che da decenni si stanno approntando programmi di sviluppo per l’America-latina e centrale. Programmi che, come ben visibile, non hanno sortito molti effetti in quanto implementati all’interno di amministrazioni corrotte e verso i quali vi è totalmente disinteresse da parte delle istituzioni internazionali, così come da parte dell’opinione pubblica.

La carovana ha attirato l’attenzione da parte dei media mondiali e, soprattutto, da parte delle organizzazioni umanitarie. Bisogna ricordare che il Messico non si discosta molto dall’Honduras in quanto a livelli di criminalità e violenza. Nel solo anno 2017 il paese ha registrato circa 24.000 omicidi con una crescita del 10,5% rispetto al 2016.  Il Messico è considerato il secondo paese più violento al mondo, dopo la Siria. Questo è emblematico di quanto il paese sia attraversato da una violenza generalizzata e soprattutto di genere e di quanto sia completamente in mano alle bande criminali e del narcotraffico. Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale di Salute) il livello di violenza è pari, se non superiore, a quello che si registra nei paesi in guerra.

Le organizzazioni umanitarie hanno posto l’attenzione sulle condizioni di vita dei migranti e soprattutto, all’interno di questi, verso coloro che possono essere considerati come minoranza nella minoranza. In particolare, circa 30 persone della carovana sono appartenenti alla comunità LGTBQI+, fra cui molte donne trans. Il rischio per queste persone è molto elevato, in quanto il Messico è un posto dove queste persone subiscono una forte discriminazione e violenza. Di fatto, si sono registrati alcuni casi di donne trans detenute illegalmente da parte delle autorità messicane. Inoltre, Amnesty International ha denunciato alcuni episodi di violenza, di cui sarebbero state vittime queste donne.

Gli Stati Uniti: la reazione di Trump

Come precedentemente affermato, gli Stati uniti sono la meta finale della carovana dei migranti. Come facilmente immaginabile, la reazione di Trump non si è fatta attendere. A mano a mano che i migranti si avvicinavano il livello di voce del Presidente statunitense è aumentata di intensità. Trump ha intensificato il numero di interventi su Twitter per denunciare la situazione. In un tweet ha affermato che “la carovana dei migranti provenienti dall’Honduras e diretti agli Stati Uniti è un’emergenza nazionale”, in quanto tra loro “ci sono anche criminali e mediorientali non identificati”.

La rabbia del Presidente statunitense si è rivolta soprattutto verso i paesi del Centro America che hanno permesso il passaggio dei migranti, minacciandoli di tagliare loro i fondi. Il Presidente ha minacciato, in particolare, Honduras, Guatemala e El Salvador di azzerare i fondi per lo sviluppo economico di questi paesi. Trump ha dichiarato “noi gli diamo aiuti e loro non fanno nulla per noi”. Nell’ottica statunitense quindi i paesi centro e latino-americani dovrebbero essere proni a Washington perché ricevono da questi aiuti. Si presenta, nelle parole di Trump, quella volontà imperialista statunitense che per decenni, se non secoli, ha contraddistinto la politica e le relazioni internazionali.

Il Capo della Casa Bianca però non si è fermato ed ha asserito che cambierà per decreto le regole dell’asilo, in modo da renderlo impossibile per chi non lo chiede legalmente ad un posto di frontiera. Un cambio che ha voluto sottolineare sarà per decreto e non per un cambio delle regole costituzionali. Ha poi dichiarato che i militari dovranno considerare i migranti armati di pietre come se avessero fucili, autorizzandoli quindi a sparare per difendersi, ma ieri ha chiarito che «li arresteremo». È evidente che la situazione sta mettendo a dura prova la sua amministrazione, così come quella messicana. Le dichiarazioni, sempre più forti, del Presidente statunitense evidenziano le difficoltà di fronte alla crisi migratoria e umanitaria più grande degli ultimi anni negli Stati Uniti.

Tra midterm e società civile

Il tema è diventato fonte di scontro in vista delle elezioni di midterm. Trump ha accusato i democratici di essere i responsabili della situazione, in quanto non hanno permesso il cambio della legislazione migratoria. Infatti, ha asserito che la legislazione favorirebbe l’immigrazione illegale. Tutto questo andrebbe a scapito di coloro che, invece, giungono negli Stati Uniti in modo legale. L’attacco ideologico e strumentale è volto a comprovare quanto sia necessario rivedere le regole migratorie, fornendo al Presidente statunitense la possibilità di difendere la propria posizione in materia.

Ma non è solo a livello istituzionale che si sono mossi. Di fatti, alcune centinaia di persone del Texas hanno risposto alla chiamata alle armi di Trump, con l’obiettivo di difendere il confine con il Messico. La società civile ha risposto affermativamente alla richiesta del Presidente. Infatti, si registrerebbe una situazione in cui di fianco all’esercito regolare statunitense si troverebbe un esercito parallelo non-statale, ma ugualmente armato. Al di là delle considerazioni su questo, è evidente che rappresenterebbe un precedente pericoloso. Tutto questo senza contare le implicazioni nazionali ed internazionali che quest’azione avrebbe.

Quale futuro per la carovana?

La domanda che si pone ora è: quale futuro per la carovana dei migranti? La domanda risulta essere di primo interesse perché ci si trova di fronte ad una crisi umanitaria enorme. Si tratta di persone che fuggono da condizioni estremamente difficili e con un orizzonte di vita molto complicato all’interno dei propri paesi.  Come sempre è avvenuto nel corso della storia i flussi migratori sono costanti e continui e la carovana non rappresenta un’eccezione.

La reazione statunitense è, quanto meno, paradossale. Infatti, se molti dei paesi centro e latino-americani si trovano in determinate condizioni, la colpa è da rintracciare proprio nella volontà statunitense. Sarebbe ingiusto attribuire tutte le colpe a Washington. Ci sono delle problematiche e dinamiche interne a questi paesi che hanno condotto alla situazione attuale. D’altro canto, sarebbe ipocrita non vedere le chiare responsabilità del paese Nord-americano nelle condizioni di sottosviluppo e di violenza di questi stati. Ancora una volta, le parole di Trump danno l’idea di quanto l’animo imperialista sia presente all’interno del DNA statunitense.

Quale futuro per i paesi centro e latino-americani?

La carovana rappresenta, secondo chi scrive, un precedente importante per coloro che sognano un futuro differente. Da un lato, potrebbe rappresentare uno stimolo per intraprendere un percorso simile. Dall’altro lato, però, viste le condizioni di difficoltà della carovana, potrebbe rappresentare un deterrente alla partenza. Rimane da capire come la situazione si evolverà, come il Messico gestirà la questione e come gli Stati Uniti risponderanno alle richieste di asilo dei migranti.

Allora, la domanda che ci si pone, una volta di più, è: quale futuro per questi paesi? La risposta non è facile da trovare e dovrebbe coinvolgere numerosi fattori. Quello che è certo è che la comunità internazionale dovrebbe intervenire ponendo risorse ed attenzione nei confronti di questi paesi. La volontà deve essere quella di creare le condizioni di uno sviluppo che sia sostenibile, vero e permanente. È evidente la necessità di produrre condizioni di sviluppo tali per cui i migranti non sarebbero più nelle condizioni di dover abbandonare il proprio paese d’origine.  Parafrasando qualcuno, verrebbe da dire che andrebbero aiutati a casa loro, ma veramente e non solo a parole.

[1]Povertà estrema: popolazione che vive con meno di 1,90$ giornalieri a condizione di Parità del Potere di Acquisto (PPA).

[2] Futuro presidente in quanto eletto in luglio entrerà in carica in dicembre.

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