Tra Francia e Italia: la Libia dopo la Conferenza di Palermo

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Di fronte ad uno scenario – perlomeno a livello europeo – spaccato sulla questione libica dai diversi interessi di Francia e Italia, il summit di Palermo porta a casa ben pochi risultati, come dimostrato dall’assenza di una dichiarazione finale congiunta. Una Conferenza che probabilmente non prevedeva la presenza di certi soggetti internazionali, la cui assenza non è dunque stata necessariamente parte del fiasco, quanto più una conferma degli interessi che ruotano attorno alla Libia. Trump, Merkel e Macron i big assenti al summit, le giustificazioni sono certe solo per il primo e l’ultimo: il Presidente americano ha rimandato sicuramente per pioggia (si scherza), mentre l’Eliseo ha ufficiosamente negato il riconoscimento dell’Italia come leader del dossier Libia delle Nazioni Unite.

For Libya With Libya

Per comprendere l’importanza della Conferenza di Palermo e delle tensioni fra Francia e Italia in Libia, è necessario comprendere le condizioni in cui versa lo Stato: un paese sull’orlo di diventare fallito, ancora immerso in tensioni politiche ed economiche, che sfociano spesso in conflitti armati nel sud del paese e nella Cirenaica. Uno Stato frammentato in due centri del potere: Tobruk, dove risiede il Parlamento sotto il controllo del Generale Haftar (ex collaboratore di Gheddafi), e Tripoli, la capitale, dove Fayez al-Sarraj, il leader appoggiato dalle Nazioni Unite, rimane saldamente alla Presidenza della Libia, nonostante sia percepito dal popolo soltanto come un burattino occidentale.

Entrambe le fazioni godono di un enorme peso politico: Haftar controlla l’esercito nazionale e occupa la Mezzaluna petrolifera, ma Sarraj è appoggiato dalla comunità internazionale, che per riflesso riconosce soltanto la branca di Tripoli della National Oil Company. Sì, perché nel paese con la più grande riserva di petrolio d’Africa anche la compagnia petrolifera nazionale si scinde fra Tobruk e Tripoli. Nel 2015 le Nazioni Unite avevano tentato di costruire un accordo per il futuro del paese – il Libyan Political Agreement (LPA) – tentando l’unificazione delle due branche della NOC e della banca nazionale, anch’essa scissa fra Sarraj e Haftar, ma senza successo.

Di fronte a questa confusione si inseriscono gli interessi della Nation française.

Con la progressiva perdita di influenza italiana, partner preferito della Libia di Gheddafi, nel tentativo di aumentare la quota di petrolio diretta verso Parigi, la multinazionale petrolifera francese Total è riuscita a costruirsi una sua fetta di produzione, che nel 2017 ammontava a 31mila barili giornalieri, destinati ad aumentare con l’acquisto della compagnia petrolifera locale Marathon Oil Libya Limited, e con essa di un 16.33% della concessione Waha, nella Mezzaluna petrolifera [1].

Il secondo fronte della strategia francese, più politico che economico, prevede un appoggio (ufficioso, badate bene) al Generale Haftar, l’uomo forte nella Cirenaica, per guadagnare un vantaggio nelle concessioni petrolifere nella Mezzaluna. Nel luglio 2017, il Generale veniva invitato ad un meeting esclusivo all’Eliseo, nelle proteste della comunità internazionale e soprattutto dell’Italia, scelta appunto dalle Nazioni Unite come leader nel dossier Libia.

Ma al di là di Conte e del risultato di questa conferenza, il piano francese non può funzionare.

Perché? Tre lettere: ENI (e non solo).

Per anni la multinazionale italiana ha saputo trarre vantaggio dal conflitto civile, riuscendo a costruire una fitta rete di contatti fra le varie fazioni locali e a farsi proteggere da esse [2], oltre che sfruttando i giacimenti off-shore libici (lontani, dunque, dal conflitto). Una conoscenza tornata molto utile al precedente Ministro dell’Interno Minniti, per costruire il muro nel deserto per fermare le carovane di migranti. Ad oggi, ENI è riuscita poi a raddoppiare il proprio controllo sulle risorse libiche, fino ad arrivare – nel 2017 – ad una quota di 384mila barili di petrolio al giorno, e stabilendosi al primo posto fra le aziende straniere in Libia [3]. La Francia, dunque, dovrebbe costruire un’influenza di questo tipo in Libia, prima di poter superare l’Italia in capitale politico ed economico.

I giacimenti ENI in Libia.

C’è poi il fattore internazionale in gioco: la comunità internazionale continua a riconoscere come branca ufficiale soltanto la National Oil Company di Tripoli, costringendo chiunque voglia far uscire qualche barile di petrolio dalla Libia a patteggiare con Sarraj e la NOC, ormai legata da una partnership indissolubile alla nostra ENI. Soltanto un cambiamento ai vertici libici e la fine della Presidenza Sarraj (sostituito dal Generale) potrebbe dunque favorire l’influenza francese sul paese.

Una delusione?

Haftar – secondo alcune fonti – si è fatto corteggiare molto, addirittura volando in circolo sulla Cirenaica, prima di presenziare al summit. Presenza fondamentale? Sì, di importanza unica per rendere la Conferenza una vera e propria discussione sul futuro della Libia. Peccato che lui volesse confrontarsi soltanto con gli attori interni (ci si potrebbe sentire la voce di Macron), per costruire una strategia per il suo futuro di leader nazionale. Il Generale dovrà accettare lo status quo di Sarraj, per cucirsi addosso il vestito da stabilizzatore del paese e rendersi più appetibile alla nazione stremata dalla guerra per le prossime elezioni (primavera 2019, data indicata dalla stessa assemblea) e alla Comunità internazionale.

Una manciata di sabbia, viene dunque portata a casa dal Governo gialloverde. Ma non temete, Conte non è l’unico a proteggere gli interessi italiani in Libia: l’Eni vigila.

[1] https://www.total.com/en/media/news/press-releases/Total-acquires-a-16.33-percent-stake-in-the-Waha-Concessions-in-Libya

[2] http://www.wsj.com/articles/libyas-war-rages-but-eni-keeps-pumping-oil-1428428079

[3] https://www.eni.com/enipedia/it_IT/presenza-internazionale/africa/le-attivita-di-eni-in-libia.page

Se scavi in profondità, se arrivi davvero in fondo, se provi ad ascoltare anche solo con un orecchio, tutti hanno qualcosa da dire. Forse anche io.

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