Capitolo 15 – Zuckerman scatenato

in La sottile linea rossa - Diario di un piddino/Romanzo Capitale di

“Cosa diavolo ci fa lei su un autobus, con tutta la grana che ha?”
A volerlo sapere era un giovanotto piccolo e robusto con i capelli a spazzola e un completo nuovo; aveva tra le mani “Il Fatto Quotidiano” e un mazzo di chiavi con un portachiavi su cui c’era scritto Io dico no, lo slogan che i cinquestelle avevano utilizzato nella campagna elettorale per il No al referendum costituzionale. Evidentemente mi aveva riconosciuto, nonostante non fossi un nome di spicco del mio partito, il PD.
“Chiedo a Roberto Fico e poi le riferisco cosa mi risponde.”, gli risposi sorridendo.
“Roberto è una persona per bene, un cittadino come me. Questa ironia è inopportuna.”
“Mi faccia capire, forse il governo ha cambiato qualche regola mentre ero in vacanza alle Fiji con una modella svedese. Devo mostrare il mio 730 prima di salire su un autobus?”
“Lei è una persona squallida, come il suo partito.”
Scesi alla fermata successiva anche se me ne mancavano altre cinque. Ero un codardo? Forse. Ero stanco? Anche. Quando era iniziato il crollo verticale del mio partito? Da quando eravamo diventati tutti feccia agli occhi dei cittadini? Il problema di fondo è che, nonostante analisi delle sconfitte, mea culpa, fustigazioni in pubblica piazza, c’era quella sensazione di enorme boh che non ci abbandonava. Perché era successo questo? Era stato come svegliarsi una mattina, guardarsi allo specchio e vedersi come dei disgustosi enormi e fastidiosi insetti e sentire sulla pelle il disgusto e il disprezzo della gente. In fondo non eravamo stati gli unici a sbagliare qualcosa quando eravamo al governo, prima di noi avevano sbagliato tutti, sempre. Quindi perché ci odiavano tanto?

“Siete lontani dalla gente. La gente sbaglia i congiuntivi e voi li correggete, la gente vuole le cose semplici e voi fate le lezioncine, siete i maestrini dalla penna rossa che pontificano dall’alto del loro 18 per cento.”
Restai con la forchetta a mezz’aria, guardai Gloria davanti a me.
“Che c’è?”, mi disse. “È così, ****. Lo sai che sono dalla tua parte ma a volte pare proprio che abbiate bisogno di qualche schiaffone per capire le cose.”
“Picchi bene.”
“Eddai, non prendertela.”
“Ma no, non me la prendo.”
Continuai a mangiare ma sentivo i suoi occhi su di me. Alzai lo sguardo.
“Stai bene?”, mi chiese.
“Sì, perché?”
“Perché non stai bene. Sei depresso, sei angosciato, sei costantemente di cattivo umore.”
“Ma non… Non sono di cattivo umore, Gloria.”
“Sei ossessionato dal tuo lavoro, dalla sconfitta, dal futuro. Non sorridi più.”
“Non sono mai stato un tipo allegro.”
Gloria sospirò.
“Mi stai lasciando?”, le domandai. “Tanto sono abituato. Da quando sono deputato non me ne va bene una, per un motivo o per un altro fallisco tutte le relaz-“
“Non ti sto lasciando.” Guardò l’orologio, “Devo scappare, ho lezione tra dieci minuti. Stasera da me alle nove”, disse dopo avermi baciato.

Lo stesso pomeriggio, a Montecitorio, Maria Elena Boschi mi vide uscire dal bagno del piano terra arrossato e accaldato. Mi sistemai i capelli, strinsi il nodo alla cravatta.
“Eccoti. Ti cerco da stamattina, ma che fine hai fatto?”, mi disse venendomi incontro.
“Ero fuori, scusami. Che volevi?”
“Veramente sei tu che volevi le relazioni dell’altro giorno, io ti cercavo per dartele”. “Ti senti bene?”, mi chiede dopo avermi squadrato.
“Sì. Sì diosanto, sto bene. Perché tutti mi chiedete se sto bene?”
“Ok.”, si zittì lei. “Vieni in ufficio a prenderti le cartelline.”
Appena entrai in ufficio sentii mancarmi l’aria. Aprii la finestra, mi sedetti allentandomi di nuovo la cravatta.
“In effetti non mi sento molto bene.”
“Che hai?”
“Ho tradito Gloria.”
“Chi?”, chiese lei con l’aria di chi cadeva dalle nuvole.
“Gloria, la mia…” Ragazza? Compagna? Amante? Che diamine era Gloria per me?
“Ma quando?”, chiese Maria Elena togliendomi dall’impiccio della definizione.
“Proprio poco fa, nel bagno…”
Boschi mi guardò come se avessi appena confessato un omicidio. “Ma dici sul serio? Quindi con…?”
“Sì, lei.”
“In effetti l’ho vista uscire dopo di te, mi guardava con aria imbarazzata…”
“Devo dirlo a Gloria.”
“No!”
“Non devo dirlo?”
“No, sarebbe un errore.”
“E perché? Sarebbe la verità.”
“Non sempre la verità è la cosa migliore. A volte è meglio mentire.”
Restai in silenzio per un istante, passandomi nervosamente i palmi delle mani sul pantalone.
“E tu ne sai qualcosa.”
“Eh?”
“Chissà quante volte hai mentito, no?”
“Ma di che stai parlando?”
“Del fatto che se abbiamo perso le elezioni è anche colpa tua e delle tue bugie.”
“Delle mie bugie? Ma che stai blaterando?”
“Dammi ‘ste relazioni, va’.”
Mi porse le cartelline incredula. Le sopracciglia aggrottate a cercare di capire cosa mi fosse preso. Non disse niente, mi guardò uscire sbattendo la porta.

Quella notte a Roma piovve da un cielo smarrito, un vento impetuoso scosse gli alberi, i tronchi marci che cadevano sull’asfalto come giunchi spezzati. Io camminavo sotto la pioggia, preda di quel marasma meteorologico. Strade allagate, un’acqua fangosa e putrida che ondeggiava sotto i colpi del vento.
Arrivai davanti alla porta di casa di Boschi ansimando, con gli occhi spiritati e i capelli gocciolanti.
“Ma che ci fai qui a quest’ora?”, disse lei non appena aprì la porta.
“Ho visto Gloria.”
“Non le hai detto niente, vero?”
“Le ho detto tutto.”
Maria Elena alzò gli occhi al cielo. Mi fece cenno di entrare. Richiusi la porta alle mie spalle, lei sparì per una attimo e tornò con una asciugamano.
“E quindi ti ha mollato.”
“No.”, risposi io mentre i miei occhi si appannavano.
“No?”
“Mi ha abbracciato. Ha detto che sa che sono in un periodo difficile, che sono fragile.”
“E poi?”
“Poi mi ha detto che mi ama.”
Vidi Maria Elena irrigidirsi.
“Che mi ama, capito? Ho scopato con X nei bagni di Montecitorio e lei dice che mi ama. Cos’ha che non va?”
Non ricordo per quanto tempo ci guardammo. Probabilmente tanto, perché alla fine ero stanco. Lei sembrava sempre sul punto di dire o fare qualcosa. Ma non disse niente e non fece niente, se non – alla fine – distogliere lo sguardo.
Lasciai cadere l’asciugamano a terra. Mi voltai, chiusi la porta alle mie spalle, sentii il click della doppia mandata. Restai a guardare la porta aspettando che succedesse qualcosa di diverso dall’andare via ancora più triste di come ero arrivato.
Non ebbi il coraggio di tornare da Gloria. Ma il tempo era troppo apocalittico per girare Roma a piedi sperando di smaltire il disagio camminando, quindi mi fermai in un pub semideserto lì vicino. Fottendomene dell’ordinanza della Raggi che vietava l’alcool nelle ore notturne, ordinai un whisky qualsiasi e il barman, fottendosene dell’ordinanza, me lo versò. La sensazione di irrealtà che sempre più spesso avvertivo aveva la consistenza di un incubo notturno. Mi sentivo smarrito, non sapevo più cosa stessi facendo. Da uomo e da politico. Qual era il mio ruolo? Sottolineare gli errori degli altri? Era davvero quella l’opposizione? Scrivevo proposte di leggi, emendamenti, andavo in televisione a dire quanto facessero schifo gli altri. E io? Quanto facevo schifo io?
“Dovresti smettere di bere e tornare da Gloria.”
Mi voltai. Era Maria Elena, che con lo sguardo basso, sfregava inutilmente il cappotto per asciugarlo.
“Penso che la lascerò.”
“Non lo fare, ****. Perché fai di tutto per stare male?”
Chissà, forse mi piace. Non glielo dissi, lasciai che si sedesse accanto a me a guardarmi bere.

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