La macchia urbana – La nostra recensione

in Appunti letterari/Politica di

La città è realizzazione e allo stesso tempo alienazione dell’individuo. Non sorprende, infatti, che dal secondo dopoguerra ad oggi essa sia stata tanto oggetto di studio e speranza quanto angoscioso teatro della malinconia e della paura dell’uomo contemporaneo. Gli agglomerati urbani dopotutto sono ciò che il nome stesso indica, degli agglomerati che possono assumere molteplici forme che danno vita ad un’infinità di combinazioni di uomini, progetti e prospettive. La città immaginata dagli illuministi non era quella sovietica e probabilmente nemmeno quella capitalistica, ogni epoca e corrente di pensiero ha immaginato la sua città, sempre perfetta e allo stesso tempo piena di contraddizioni. Quello che fa Michele Grimaldi, nel suo ottimo La macchia urbana è fare ordine in un tema che oggi è di fondamentale importanza, ovvero cos’è la città, cosa accade al suo interno e cosa fare per renderla casa di tutti e non solo paradiso di pochi e inospitale abitazione di tanti.

Il modo migliore per definire La macchia urbana è “invito a rimboccarsi le maniche”. Grimaldi studia ed analizza il fenomeno cittadino in tutte le sue declinazioni storiche e metodologiche fino a giungere alla città dell’oggi, quella dominata dalle disuguaglianze sempre più grandi e dalla trasformazione sociale ed economica tanto dei centri storici quanto delle periferie. Platone, citato da Grimaldi, aveva già scritto nella sua Repubblica che ogni città è un contenitore di altre città, almeno due, quella dei ricchi e quella dei poveri. Questo libro non raccoglie presupposti, studi precedenti e intuizioni originali per fornire un ritratto di un fenomeno, fa molto di più. La macchia urbana è un lavoro che sprona il lettore perché il suo autore non si limita ad indicare dove guardare, ma prova anche a fornire i mattoni e gli arnesi per ricostruire quelle città così in decadenza. Un’opera che sia allo stesso tempo scienza e politica dovrebbe sempre fornire una prospettiva al lettore, un afflato di speranza che deve continuare a soffiare una volta finita la lettura ed è forse nel riuscire a fare questo che sta il merito più grande di Grimaldi.

Si dovrebbe provare ad immaginare questo volume come una piccola guida da tenere in tasca quando ci si domanda dove agire a Sinistra. Questo perché, come spiegato nel libro, la città è dove si estrinsecano gli effetti dei nuovi pilastri della società globalizzata, ad esempio la finanziarizzazione del capitalismo, fenomeno cui l’autore dedica ampio spazio. Terminata la lettura ci si sente invitati a scendere in strada e camminare osservando ogni angolo della città in cui ci troviamo, sia esso il monumento in piazza o una vecchia sezione di partito dalla porta sprangata. È totalmente inutile lamentarsi quotidianamente della latitanza dei partiti e, più in generale dell’associazionismo, dalle realtà urbane senza comprenderne le cause profonde; questo libro invita all’azione e rifugge l’inerte autocommiserazione. Non è un manifesto politico, ma un atlante degli errori commessi e delle crepe da riparare.

Consigliamo vivamente La macchia urbana a tutti coloro i quali vedono nella politica, sia essa militanza, amministrazione o semplice studio di ciò che tiene insieme gli esseri umani, una tensione al progresso sociale ed economico, una tensione a comprendere gli errori dell’oggi per non commetterli nuovamente domani. Ormai “la sinistra riparta da…” è diventata una locuzione tragicomica, usata da noi stessi militanti per prenderci in giro da soli, incapaci come siamo di comprendere le lotte che dovremmo intraprendere, ma mi sento di dire che, forse, ripartire dagli ultimi capitoli di questo libro non è una cattiva idea.

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Sigaretta o penna nella mia destra sono fiero del mio sognare e del mio scrivere. Sogno di cambiare il mondo, ma forse gli articoli, nel bene o nel male, me li scrive il gatto.

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