Ci stiamo abituando a tutto?

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Il vice-presidente del consiglio 1 apre Facebook, scrive il suo post trionfante e a chiosa del tutto inserisce due emoji: un braccino che mostra i muscoli e la bandiera italiana.
Il vice-presidente del consiglio 2 apre Facebook e, in nome della “tranquillità serale”, pubblica le foto dei gattini dei suoi fan come una Barbara D’Urso qualsiasi (ogni riferimento a “un Burioni qualsiasi” è puramente casuale).
Un giorno di ordinaria amministrazione per un utente social, se non fosse che vice-presidente 1 e 2 sono due istituzioni e dovrebbero, in teoria, mantenere il cosiddetto “profilo istituzionale”.
Dovrebbero. In teoria. Ma ormai.

Quand’è stato che ci siamo svegliati e abbiamo deciso che tutto andava bene, che dovevamo smettere di indignarci, che la politica per avvicinarsi alla gente doveva diventare un gigantesco incubo social in cui non avremmo più distinto una pagina del “buongiornissimo kaffèèèè” da una pagina di un ministro della Repubblica?

Un post dal profilo Facebook del Ministro degli Interni, Matteo Salvini

La nostra assuefazione al ridicolo ha radici nella nuova (odiata e amatissima) modalità comunicativa dei social network. In una bacheca in cui all’utente arrivano migliaia di stimoli al minuto, la parola d’ordine è bloccare lo scroll. E come si blocca lo scroll se non con una trovata ad effetto? Ed ecco i gattini, i “buongiorno amici dei social”, le emoji. Il totale annullamento della distanza istituzionale. I politici diventano dei semplici divi dello spettacolo, con orde di fan assatanati disposte a negare anche l’evidenza pur di difendere i loro idoli.

Nell’era social, un’immagine o una parola valgono più di un ragionamento articolato o di una spiegazione. Ecco perché, dal punto di vista linguistico, si è sdoganato tutto: insulti, parolacce e semplici parole chiave che i sostenitori di quella parte politica possono facilmente mutuare per dire la loro (che in realtà di personale ha ben poco) nei commenti e nelle discussioni social: e quindi via di borghesi, idioti dei centri sociali, comunisti col Rolex, sinistroidi con l’attico, giornalisti puttane e pennivendoli, sciacalli, manine che modificano documenti, rosiconi, Maalox, buonisti, pseudo intellettuali da salotto. Facili da memorizzare e ripetere per dare eco alla macchina della propaganda.
Ci siamo gradualmente convinti che non eravamo noi, popolo, a doverci elevare ma era la politica a doversi abbassare al nostro livello, per riavvicinarsi al popolo che aveva, negli anni, allontanato.

Nell’epoca in cui chiunque può dire tutto senza (o quasi) conseguenze, il social network è un mezzo preziosissimo per chi fa politica: si annullano le distanze e, soprattutto, si eliminano i filtri. Non c’è più bisogno di un contraddittorio, non c’è più bisogno di un veicolo per l’informazione perché la notizia è lì, pronta ad uscire dalla viva voce del ministro o del presidente del consiglio o del deputato, senza che nessuno si metta a verificare se quella notizia è vera, a controbattere se il dato espresso non è giusto, senza più nessun confronto. Così, anche il giornalismo televisivo si deve adeguare: interviste concordate, nessuna domanda extra, nessun dibattito; solo il politico che si siede davanti al conduttore e dice quello che vuole, tra un applauso e l’altro, sincero o no. In questo modo non muore solo il giornalismo ma la democrazia stessa. Che non è “dico quello che voglio” ma proprio confronto, analisi, dibattito.
Mentre tutto ci sembra normale, mentre abbiamo smesso di provare imbarazzo o vergogna per quello che si dice, le istituzioni perdono credibilità. Non è questione di colori politici, ma di un abbassamento generale della qualità dove anche “i meno peggio” hanno una quantità enorme di difetti. E, per indignarsi, aspettano solo che qualcuno sbagli un congiuntivo.

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