La sentenza storica del Processo Aemilia

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Il 31 Ottobre, nell’aula bunker del tribunale di Reggio Emilia, si è svolta la sentenza in primo grado del Processo Aemilia. La possiamo definire storica perché certifica definitivamente la radicata presenza dell’ndrangheta sul suolo emiliano-romagnolo. Ci si riferisce in particolare all’ndrina Grande Aracri di Cutro che, a partire dalla fine degli anni 90, si è stabilita nel territorio e ha cominciato a tessere relazioni non solo con il mondo dell’imprenditoria ma anche con politici locali e con giornalisti.

Prima di arrivare alla sentenza di primo grado, si sono svolte 195 udienze preliminari caratterizzate da circa 1000 testimonianze e quasi 20 mila intercettazioni. Questo maxiprocesso è unico nel suo genere perché ha visto, per la prima volta, la partecipazione di circa 3000 studenti, nell’ambito di un progetto promosso dall’ associazione “Libera Contro le Mafie”. Su questa tematica si è acceso un focoso dibattito in aula. L’accusa ha avanzato la richiesta di fare uscire i ragazzi dal tribunale perché, come stabilisce l’articolo 471.2 del Codice Penale, i minorenni non possono prendere parte alle sedute. Questa norma serve per prevenire eventuali situazioni di disordine causate dagli adolescenti stessi e per evitare che questi possano rimanere scioccati da ciò a cui assistono. Nel caso specifico, il collegio dei giudici, composto da Antonio Rat, Cristina Berretti e il presidente Francesco Maria Caruso, si sono ritirati per analizzare la questione e quello che sanciscono ha dello storico: hanno infatti permesso ai giovani di restare, affinché la loro permanenza possa rappresentare un’importante occasione di formazione alla legalità.

Per dovere di cronaca è necessario specificare che questo giudizio finale rientra nel processo con rito ordinario. Ventiquattro incriminati hanno scelto di essere giudicati secondo rito abbreviato. Questo prevede che non ci sia nessuna udienza davanti al giudice e garantisce una riduzione di un terzo della pena in quanto, scegliendo questa soluzione, gli accusati accertano il loro coinvolgimento nell’illecito.

Il giorno della sentenza sono stati giudicati 148 imputati. Il verdetto finale ha reso il processo Aemilia il più imponente nella storia giudiziaria del Nord-Italia: 125 condanne, 19 assoluzioni e 4 prescrizioni. Gli anni accumulati sono circa 1200 e i capi d’imputazione sono 200 di cui il più importante è l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Tra i condannati di maggiore rilevanza rientrano ndranghetisti come Michele Bolognino ma anche imprenditori emiliani come Augusto Bianchini, condannato a 9 anni e 10 mesi di carcere e Giuseppe Iaquinta, condannato a 19. Entrambi sono accusati di concorso esterno in associazione mafiosa. Anche il figlio Vincenzo, campione del mondo con la nazionale nel 2006, ha ricevuto una condanna a due anni per detenzione illegale di armi.

Sull’ex calciatore si sono soffermate a lungo le telecamere delle principali emittenti nazionali, in particolare quando fuori dal tribunale ha ribadito, con toni accesi, il suo non coinvolgimento con il clan Grande Aracri e affermando che sia lui che suo padre si ritrovano coinvolti nel processo per le loro origini cutresi. Questo episodio evidenzia come i mass media italiani si siano solamente concentrati solamente sull’attirare il pubblico piuttosto che fornire informazioni più dettagliate riguardo alla sentenza.

Se si è riusciti ad arrivare a questo esito, parte del merito deriva dalle deposizioni dei due pentiti Salvatore Muto e Antonio Valerio. Quest’ultimo ha sottolineato che i giovani affiliati sono pronti a prendere il posto degli arrestati e a contribuire alla riorganizzazione delle cosche presenti nella regione, con l’obbiettivo di renderle sempre più evolute e tecnologiche.

Questa sentenza non solo segna la storia giudiziaria dell’Emilia Romagna ma contribuisce anche allo sviluppo di nuove strategie di contrasto alle infiltrazioni mafiose. Tuttavia, queste non devono essere pensate solamente da un punto di vista giuridico ma anche culturale perché dove consapevolezza e senso di responsabilità prosperano, la criminalità organizzata non riuscirà mai ad infiltrarsi. Per questo motivo il Processo Aemilia non può essere considerato un epilogo ma l’inizio di una nuova resistenza collettiva all’illegalità di stampo mafioso.

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