Blastare è antidemocratico

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Qualsiasi democrazia sana, e quella italiana al momento non lo è, si fonda sul dialogo. Lo scontro dialettico tra le varie anime, idee, componenti e sogni della società porta al compimento di quello che, non a caso, viene chiamato esercizio democratico. Perché di esercizio si tratta, un esercizio quotidiano complicatissimo, dopotutto per quanto possa essere bello discutere, dopo un po’, ci si stufa di faticare per trovare un compromesso. Con l’avvento dei social network e, in particolare, di Twitter questo esercizio ha lentamente, ma inesorabilmente, cambiato i propri connotati. I 140 caratteri hanno imposto risposte brevi e sagaci, meglio se dirette e inattaccabili; l’hashtag ha sintetizzato all’inverosimile le categorie e gli argomenti di frizione. Questo ha generato un cortocircuito intellettuale che ha fuso soprattutto i circuiti di quella che era, un tempo, la sinistra.

La parte politica che più di tutte dovrebbe avere un’anima votata al dialogo e al confronto con tutti, specialmente con le fasce più disagiate ed emarginate della società, si è trincerata dietro un principio di autorità fittizio, perché non accettato da tutti i protagonisti del dibattito. Galileo Galilei non ha blastato con un tweet gli incapaci tolemaici, ma ha scritto un’opera chiamata, non a caso, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo; certo chiamare Simplicio l’ottuso tolemaico non è stato un esempio di diplomazia, ma almeno l’ha lasciato parlare per qualche centinaio di pagine. Oggi, invece, lo scienziato e l’intellettuale non si pongono più su un piano di rispetto con l’ignorante e nemmeno con chi, semplicemente, la pensa diversamente, ma gli versano sulla testa una secchiata della loro saggezza; normalmente la reazione di quello che si vede inzuppato ai loro piedi non è delle migliori.

Il web trasuda di intellettuali, scienziati e politici che hanno dismesso la loro divisa di figure votate al dibattito e al progresso nei loro rispettivi campi per indossare quella dei blastatori. Tutti vorremmo essere virologi cattivissimi come Burioni, la versione Renziana e con l’account Twitter al posto del bastone di Gregory House. E chi di noi non vorrebbe avere gli inferociti followers di Mentana così da fargli sbranare chiunque provi a criticarci? E poi, chi di noi non rimane affascinato da Luigi Marattin, la versione da talk-show di Robert De Niro davanti allo specchio in Taxi Driver?

Il problema è che blastare è solo un diverso modo di fare populismo: non ti spiego perché, ma ti dico che mi devi ascoltare e invece di proporti un’utopica pulizia dalle zecche comuniste ti spiego quanto ignorante e inferiore sei, spesso senza nemmeno informarmi sulle tue competenze. Il rapporto tra Burioni e i suoi fan penso si possa definire sadomasochistico (Frustami ancora ti prego…) e quello dei suoi hater simile a quello che i conduttori televisivi hanno con Sgarbi; convinti di essere quelli capaci di metterlo a tacere e invece finiscono sempre per diventare le ennesime capre.

Se la gente non si vaccina, se la gente vota un partito populista e se qualcuno riesce a sostenere un governo rappresentato negli studi televisivi dalla Castelli, non sarà sventolandogli davanti alla faccia le proprie lauree o istituendo il mentaniano premio Vieni avanti cretino che la si porterà a ragionare. Si ha voglia di ragionare con qualcuno quando si percepisce da parte sua rispetto e la Nazionale Italiana Blastatori non sa nemmeno cosa significhi quella parola. Probabilmente Dario Corallo nel suo intervento al Congresso del PD ha sbagliato a dire “come dei Burioni qualsiasi…” perché questo gli ha esposto il fianco alle stilettate di quelli che nell’attaccarsi alle parole senza produrre alcun significato sono professionisti, ma avrebbe dovuto andare ancora più nel dettaglio. Qualsiasi partito che, oltre che di sinistra, si definisca democratico non può elevare, più o meno consapevolmente, i blastatori al ruolo di avanguardie ideologiche. I blastatori di professione, qualsiasi sia il loro incredibile background accademico e professionale, non possono essere modelli di comunicazione politica.

Con queste parole voglio dire che bisogna lasciare che i No-Vax prosperino rendendo pericoloso mandare i bambini a scuola e facendo arretrare le nostre condizioni igienico-sanitarie all’Italia Longobarda? Assolutamente no, ma Alberto Angela riesce ad insegnare la storia di Roma senza prima spiegare ai suoi milioni di spettatori che siccome non hanno una laurea in Paleoantropologia il massimo che possono fare è farsi una foto con un centurione davanti al Colosseo. Se uno Stato decide (e normalmente dovrebbe farlo) che la scienza e la cultura sono i due pilastri portanti della sua intera struttura, dovrà investire nell’istruzione e nella comunicazione (non a caso la Rai è un servizio pubblico) e non lasciare che, per guadagnare visibilità e qualche like in più, delle persone comunque preparatissime inaspriscano ancora di più le posizioni trasformando il dibattito politico, scientifico e culturale in una logorante guerra di trincea.

Sigaretta o penna nella mia destra sono fiero del mio sognare e del mio scrivere. Sogno di cambiare il mondo, ma forse gli articoli, nel bene o nel male, me li scrive il gatto.

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