Etiopia, l’impero africano

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Se ormai il concetto di ”potenza”, reso valido dalla demografia e dall’estensione del territorio, e dall’efficacia delle forze armate, è diventato un parametro obsoleto e insufficiente per giudicare una nazione, questo non è del tutto vero in Africa, dove la guerra non è ancora un ricordo lontano e il territorio continua a corrispondere a risorse e influenza.

L’Etiopia, se pur flagellata da carestie e povertà, è considerata una delle maggiori potenze del continente africano e la più grande della regione.

Una storia gloriosa. Storicamente, l’Etiopia è sempre stata un caso anomalo per l’africa subsahariana post colonizzazione, ma le radici di questa sua resilienza devono essere cercate molti secoli prima: il controllo del Mar Rosso e dell’alto corso del Nilo hanno favorito l’ascesa del Regno di Axum, posto dal profeta persiano Mani tra le quattro grandi potenze del mondo antico, con Roma, Cina e Persia.
Durante il IV secolo d.C., questo soggetto politico quanto mai singolare, raggiungeva l’estensione di 1.25 milioni di km², arrivando a confinare con Roma. E’ probabile che lo strapotere di attori come l’Impero Sassanide abbia progressivamente strangolato l’influenza etiope fuori dai propri confini, relegandola al Corno d’Africa.

Ci vorranno alcuni secoli per la nascita di un soggetto politico solido e duraturo: nel 1270 venne fondato l’Impero Etiope, che avrà fine solamente 700 anni dopo con la deposizione di Hailé Selassié, l’ultimo Imperatore d’Etiopia.
Mentre il dominio militare europeo progressivamente ma inesorabilmente continuava a inglobare i territori africani, l’Impero Etiope riuscì a sopravvivere più di ogni altro, destreggiandosi con abilità: presentato come argine all’avanzata musulmana, intrattenne rapporti con il Portogallo e con altre potenze europee per diversi secoli.
Il colonialismo italiano ha permesso al pater patriae, Menelik II, di completare il processo di accentramento e modernizzazione del paese, coronato con un’importantissima vittoria per gli etiopi: il 1º marzo 1896, presso la cittadina di Adua, il corpo di spedizione italiano venne distrutto, riportando più caduti in una singola battaglia che in tutte le guerre di indipendenza messe assieme. Questo disastro militare è per lo stato africano una vittoria incredibile, ancora oggi festa nazionale per celebrare il trionfo contro l’imperialismo europeo.

Amministrazione e ras locali. Una delle costanti etiopi è sempre stata l’influenza dei ras locali, causa del rapporto conflittuale e incerto tra centro e periferia. La Zemene Mesafint, “Era dei Principi”, fu un periodo emblematico: per circa un secolo, dalla metà del 700’, furono i signori della guerra locali a mettere in ombra il potere imperiale fino al regno di Teodoro II, che morirà suicida assediato dagli inglesi.

Potrebbe non essere un caso che la capitale Addis Abeba (“Nuovo Fiore”) sia situata in una posizione centrale e lontana dalla costa: fondata da Menelik II, incarnava la volontà del sovrano di controllare i vasti spazi del paese africano. Prima della nascita della repubblica parlamentare federale, l’Etiopia è stata per quasi vent’anni sotto la dittatura comunista del Derg, giunta militare che prese il potere nel 1974 instaurando il Terrore Rosso, sotto il quale morirono centinaia di migliaia di cittadini etiopi. La giunta miliare usò le carestie come armi politiche, per assicurarsi un controllo delle zone periferiche e rurali. La costituzione del 1994, che divide la nazione in nove stati etnicamente distinti e politicamente autonomi, tiene conto di questa singolare realtà federale, pur scadendo in una generale anarchia amministrativa.

Economia e ambizioni. Agli occhi poco attenti di un europeo potrebbe non sembrare, ma l’Etiopia è un gigantesco bacino di culture, con i suoi nove stati attuali divisi secondo un criterio approssimativo: sono più di 80 i gruppi etnici; tra i più numerosi vediamo gli Oromo, gli Amara e i Somali. Proprio questa ricchezza etnica rende ancora più incredibile una storia millenaria di unione (diretta o indiretta, più o meno forte) e grandezza: è questa “tradizione imperiale”, combinata ad una rilevanza demografica (secondo stato più popoloso dell’Africa), a una potenza militare (esercito stimato come il quinto del continente) e a una crescita economica impetuosa a far risaltare l’Etiopia come nazione africana di estrema rilevanza.

Addis Abeba è considerata la “capitale politica del continente”, ospitando la sede della giovane Unione Africana e quella della Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa. L’economia etiope, pur avendo profondi limiti strutturali, è inclusa nel dibattito di un’Africa “a due velocità”: è proprio Addis Abeba a crescere a ritmi ineguagliati in tutto il continente, del 10% dal 2004 al 2009 e del’ 8,2% nel 2018. Mentre le economie africane dipendenti dal petrolio sono in profonda crisi, l’Etiopia fa ben sperare per i suoi 100 milioni di abitanti, anche se la nascita di una classe media sembra ancora lontana. La crisi delle tre maggiori economie dell’Africa subsahariana, Nigeria, Angola e Sudafrica, ne mette ancora più in luce le ottime prestazioni: una grande espansione delle infrastrutture, massicci investimenti internazionali (soprattutto cinesi) e una buona prestazione del settore industriale sono però messi in ombra da una povertà ancora diffusissima. L’Etiopia ambisce alla leadership di un continente, l’Africa, che seppur in costante crescita economica e demografica, stenta a decollare. Con un’identità cementata nell’anticolonialismo, una grande integrazione negli istituti internazionali e una democrazia abbastanza solida, il gigante del Corno d’Africa è irrilevante nel panorama mondiale, complice la modesta economia e il mancato accesso al mare.

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