Dal caso Di Bella alle Iene – Breve storia di un’Italia che ama credere ai miracoli

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Negli ultimi anni la scienza e i media vivono una relazione conflittuale. Che forse dipende dal fatto che noi italiani facciamo di ogni cosa una “questione di fede”.

Era il dicembre del 1997, quando il pacato e canuto professor Luigi Di Bella divenne una star. Si diceva che avesse scoperto la cura per il cancro, si diceva che il suo metodo avrebbe guarito milioni di persone. Si diceva.
In breve tempo, la “multiterapia Di Bella” (costituita principalmente da somatostatina, poi melatonina, alcune vitamine e alcuni chemioterapici come il ciclofosfamide) era sulla bocca di tutti, i giornali dedicavano pagine, i telegiornali un servizio al giorno senza contare le rubriche, gli speciali, i rotocalchi quotidiani. A partire dall’ordine del pretore di Maglie (Lecce) di imporre alla ASL la somministrazione gratuita della cura Di Bella ad un bimbo affetto da tumore al cervello, si scatenò un conflitto tra autorità scientifiche e opinione pubblica. “È assurdo mettere a disposizione un farmaco di cui non è stata dimostrata l’efficacia” contro “Perché non provare? Perché privare i pazienti della libertà di cura?”. Una civil war tra protocollo scientifico e disperazione che spaccò in due l’Italia e mise in seria difficoltà anche l’allora ministro della salute Rosy Bindi che, spinta dal clamore mediatico della vicenda, fu costretta a dare il consenso alla sperimentazione clinica del metodo del professore in quel momento più famoso d’Italia, nonostante il parere contrario del Consiglio superiore di sanità. L’Italia sembrava impazzita, la somatostatina veniva venduta anche sul mercato nero, il pacato professor Di Bella (con la regia del figlio e di un tour operator, Ivano Camponeschi) andava in televisione a dire che non si fidava della commissione che avrebbe giudicato la validità della sua cura (della quale faceva parte anche Umberto Veronesi) e a raccontare di quanto era modesto, semplice e buono. Tutti ne erano innamorati, tutti erano dalla sua parte, tranne gli addetti ai lavori. Cos’era? Un complotto? La Scienza matrigna ce l’aveva con lui?

Il fisiologo Luigi Di Bella

L’isteria collettiva terminò qualche mese dopo, i risultati della sperimentazione rivelarono che la terapia Di Bella non era efficace, non guariva nessuno. Si erano illusi tutti, l’opinione pubblica ma soprattutto i malati che per correre dietro alla “cura miracolosa” del placido professore dal camice candido avevano rinunciato alle cure tradizionali.
Ma c’è un conflitto ben più recente che è andato ad allargare la ferita sempre aperta tra gente e scienza. La vicenda Stamina. Portato alle luci della ribalta da una serie infinita di servizi della iena Giulio Golia, il metodo Stamina ideato dal non-medico Davide Vannoni consisteva nel trapianto di cellule staminali mesenchimali per curare alcune malattie neurodegenerative. I servizi realizzati da Golia si basavano su tre caratteristiche fondamentali, tipiche dei servizi delle iene: 1. pietismo; 2. sensazionalismo; 3. conflitto individuo-istituzioni.

La “iena” Giulio Golia

In sostanza raccontavano di come genitori disperati per la gravissima malattia del proprio figlio volessero accedere al protocollo di cura di Vannoni che era stato sospeso dalle autorità giudiziarie perché stranamente somministrato presso gli Spedali Civili di Brescia senza un protocollo di sperimentazione e senza alcuna certificazione della sua efficacia. Insomma, un tizio aveva deciso di aver inventato una cura miracolosa, un ospedale aveva deciso di somministrarla senza alcun rispetto del protocollo scientifico, la giustizia se ne era accorta, aveva sospeso tutto e ora, in televisione, servizio dopo servizio, si urlava al diritto di accedere a questa cura, mostrando i fantomatici miglioramenti che i piccoli pazienti avevano ottenuto. Al di là della naturale propensione dei familiari di un malato a vedere miglioramenti anche dove non ce ne sono, per una condizione psicologica particolare in cui ci si aggrappa a tutto pur di non credere al peggio, la questione grave era che sostanzialmente quei servizi raccontavano bugie, illudevano le persone e generavano uno scontro tra familiari dei malati e istituzioni “cattive” che volevano impedire loro l’accesso a queste cure. Numerosissimi furono gli appelli di vip, cantanti e attori affinché queste famiglie potessero accedere al miracoloso metodo Vannoni e alla fine, anche in questo caso, la pressione dell’opinione pubblica fu talmente forte, che il Ministro della Salute dell’epoca concesse in via eccezionale la prosecuzione del trattamento per coloro che lo avevano già iniziato, nonostante il parere contrario delle autorità scientifiche.

Davide Vannoni manifesta in piazza a sostegno del suo protocollo di cura

Ovviamente il metodo Stamina non funzionava. Non aveva alcuna validità scientifica, era stato messo a punto da chi non aveva nessuna competenza scientifica e Vannoni, nel 2015, è stato condannato per truffa e associazione a delinquere, patteggiando una pena di un anno e dieci mesi.
Ancora una volta, l’Italia aveva voluto credere ad una cura miracolosa osteggiata dalla comunità scientifica nazionale e internazionale e aveva sbagliato. Di nuovo, si era palesata una lotta tra un eroe e l’istituzione scientifica e l’eroe del miracolo aveva perso. Tuttavia, quando succedono cose del genere perdiamo un po’ tutti. La distanza che si è generata negli ultimi anni tra scienza e opinione pubblica è, infatti, una sconfitta per tutti. Per un popolo che non riesce a capire che se la scienza medica dice no ad una cura, non è perché le piace farci soffrire ma perché sa che non può illudere; che i miracoli non esistono e nella scienza non ci sono le tifoserie. Per la scienza medica che, nonostante gli sforzi, a quanto pare non riesce ancora a farsi capire.

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