Suspiria

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Nel 1977 Dario Argento, fresco del successo del suo capolavoro Profondo Rosso, decise di cimentarsi nel genere Horror, diventandone presto uno dei principali maestri. Il primo film di questo ciclo fu Suspiria, opera diventata nel tempo uno dei capisaldi del genere.  Nel 2015 Luca Guadagnino annunciò di voler dirigere un remake della pellicola. Operazione ambiziosa.

Quando ci si confronta con un classico le opzioni sono due: Ricalcare in pieno l’opera originale, aggiungendo solo mutazioni stilistiche o attori diversi, oppure stravolgere l’opera originale e creare qualcosa di nuovo, seguendo solo delle tracce lasciate dal predecessore. Guadagnino ha intrapreso la seconda strada. La scelta, se per alcuni si è rivelata vincente, ha fatto decisamente storcere il naso ad altri amanti del genere. Non voglio entrare nel dibattito ora, semplicemente apprezzare il fatto che proprio una di queste innovazioni l’ha portato sul nostro blog.

Nel classico di Argento, l’azione si svolgeva interamente dentro una scuola di danza a Friburgo, con la foresta nera a fare da sfondo a questa favola macabra. Per tutta la pellicola le ragazze sono imprigionate in questa sorta di castello di Dracula moderno, con la città (E la foresta nera) a fare da sfondo. Nella nuova versione il tutto è spostato in una diversa e più viva Berlino nel 1977. La città diventa parte integrante della narrazione, non è più solo uno sfondo.

Le porte dell’accademia danno sul Muro, nelle strade vi sono cortei e bombe, una delle ballerine stesse pare avere rapporti con membri di una cellula terrorista. Il messaggio che si percepisce durante la visione è che, per quanto la violenza che si sviluppa all’interno della scuola e la violenza esterna non sembrino avere punti di contatto, in realtà siano collegate. Il rapporto tra le due emerge chiaramente da alcune scelte di sceneggiatura. Inizialmente la violenza è presente solo nelle strade, con bombe e proteste. La situazione nella scuola invece è, apparentemente, tranquilla. Con l’inizio del vero e proprio orrore all’interno dell’accademia, la situazione nella città sembra, mano a mano, quietarsi, fino ad arrivare, sul finale, ad un trasferimento totale della violenza nell’edificio, lasciando l’esterno tranquillo e quieto.

La sofferenza esterna, però, non è mostrata in modo fastidioso, né è inserita forzatamente nella narrazione o nelle vite delle protagoniste. E’ presente, e, per quanto si cerchi di ignorarla, ogni tanto esplode, per attirare l’attenzione e ricordare che non si può prescindere da quello che succede intorno alle ballerine. Per quanto le ragazze cerchino di ignorare tutto questo, concentrandosi solo sui loro esercizi e i loro misteri, ogni tanto vengono richiamate alla realtà da una bomba che esplode sotto di loro o da un’amica che scompare. Sembra quasi che il regista voglia mostrare come, nonostante si voglia negare la sua presenza e ci si voglia rinchiudere in sé stessi, nessuno può prescindere dalla situazione sociale e dai conflitti in corso. E’ significativo che questo messaggio sia fatto passare attraverso il remake di Suspiria, che nella sua prima versione faceva dell’isolamento delle protagoniste uno dei suoi punti di forza.

Come ho detto inizialmente, l’accademia di danza è posta di fronte al muro che divideva Berlino in due. Inutile dire che questa scelta non deve essere stata affatto casuale. Il muro sembra svolgere la funzione del coro greco. E’ lì, immobile, osserva tutto ma non interviene, indica, con la sua presenza, la fine del palco.

Tra tutte le scelte, forse anche a causa della mia formazione, questo inserimento della politica nella storia delle ballerine è quella che ho apprezzato di più e che, insieme anche alle stupende interpretazioni delle protagoniste, mi ha permesso di apprezzare un film che, nel confronto con il suo predecessore, perde su quasi tutti i fronti.

Sono appassionato di cinema, letteratura e politica. In poche parole non mi piace uscire ma detto così pareva meno brutto.

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