Sindaci ribelli – (dis)obbedienza costituzionale

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A poco più di un mese dalla conclusione dell’iter parlamentare che ha portato alla conversione in legge del cosiddetto “decreto Sicurezza”, riprende vigore la levata di scudi di diversi sindaci che si propongono di disapplicare le nuove disposizioni in materia di protezione dei richiedenti asilo, contenute nel testo. Un atto di “disobbedienza” che i primi cittadini rivendicano al contrario, come “obbedienza costituzionale”. Il caso scoppia a seguito della decisione di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, di sottoscrivere una disposizione con cui ordina ai funzionari del Comune di «sospendere, per gli stranieri eventualmente coinvolti dalla controversa applicazione della legge [Salvini], qualunque procedura che possa intaccare i diritti fondamentali della persona in particolare, ma non esclusivo, riferimento alle procedure di iscrizione della residenza».

La decisione del Sindaco si inserisce nel solco di analoghe prese di posizione di altri Sindaci italiani, che avevano disposto la “sospensione” del decreto sin dalla sua formulazione, attraverso delibere di giunta o dei Consigli Comunali. Tuttavia, nessuno fino ad oggi si era spinto fino al punto di trasmettere l’ordine agli Uffici dell’amministrazione comunale attraverso un atto ufficiale. Né sembra che gli altri Sindaci “ribelli” intendano compiere questo passo. De Magistris da Napoli ha affermato di non averne bisogno, dal momento che “a Napoli non si applicano leggi in contrasto con la Costituzione… la nostra amministrazione si è sempre orientata in questo modo. Non abbiamo bisogno di nessun atto “. Quanto a Nardella, altro Sindaco che ha subito espresso solidarietà nei confronti del suo omologo palermitano, precisa che non intende dare disposizioni di sospensione della legge. Punta piuttosto a istituire “un tavolo con tutto il mondo del volontariato, del terzo settore, del lavoro e delle istituzioni locali per azzerare gli effetti nefandi e negativi di questa legge”. Anche da Parma, Milano e Reggio Calabria, i Sindaci Pizzarotti, Falcomatà e Sala esprimono sostegno nei confronti di Orlando, esortando il Ministero degli Interni ad aprirsi al confronto, finora evitato, con le amministrazioni comunali.

A prescindere dalla presenza o meno di un atto ufficiale che disponga la sospensione della legge, la presa di posizione dei Sindaci contro un provvedimento definito “criminogeno” da Orlando è netta e inequivocabile. Tuttavia, la scelta di procedere o meno attraverso una disposizione formale è tutto meno che un dettaglio. È questione sostanziale per due motivi. Primo, perché i diritti derivanti dal possesso della residenza sono amministrati dall’Ufficio Anagrafe, alle dipendenze del Comune. Una disposizione ufficiale del Sindaco dovrebbe quindi azzerare la discrezionalità dei funzionari degli Uffici nell’allinearsi alla presa di posizione dell’amministrazione rispetto alle nuove norme. Secondo perché, come spiegato dal sindaco Orlando, questa azione costituisce il primo passo di un percorso che, nelle sue intenzioni proseguirà con la richiesta al giudice ordinario di adire la Corte Costituzionale perché si esprima sulla compatibilità di questa norma con gli impegni costituzionali che l’Italia è tenuta a onorare. Nel nostro ordinamento infatti, a differenza di altri, gli amministratori locali non hanno il potere di sollevare una questione di legittimità costituzionale in maniera diretta. Questo potere compete invece ai giudici ordinari.

Proprio su questo secondo punto, le posizioni si dividono, anche tra chi si oppone vigorosamente al contenuto della norma. La prima obiezione che viene mossa alla scelta di sospendere una legge approvata dal Parlamento, ha a che fare con il rischio di dar luogo a un precedente dagli effetti imprevedibili. Una volta sdoganata questa pratica da parte dei sindaci, questi ultimi potrebbero procedere allo stesso modo per ogni provvedimento politicamente sensibile varato dal Parlamento, di fatto compromettendone il potere effettivo di varare le leggi. D’altra parte, le esortazioni a disapplicare provvedimenti in contrasto con il sentire della propria parte politica vengono frequentemente rivolte ai Sindaci dalle forze di opposizione. Lo faceva lo stesso Salvini a proposito della legge sulle unioni civili nella scorsa legislatura, come prontamente ricordato dai sindaci “ribelli”.

Vi è poi chi afferma che, semplicemente, in questo ordinamento la sospensione delle leggi dello Stato non è nel potere dei Sindaci. Questa posizione è stata espressa da costituzionalisti di rilievo, come Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale che ha ricordato che “I sindaci devono applicare la legge, non hanno il potere di disapplicarla […] e non possono essi stessi direttamente accedere alla Corte Costituzionale per farne dichiarare l’incostituzionalità. Come ogni pubblica amministrazione devono rispettare ed eseguire quello che la legge richiede loro venga fatto “.

Entrambi gli argomenti giustificano le riserve che molti nutrono verso la scelta del Sindaco Orlando. Che la legge sia stata approvata forzando l’iter parlamentare attraverso la questione di fiducia in entrambe le Camere e riducendo all’osso o bypassando il confronto con il volontariato, gli enti gestori dell’accoglienza e l’ANCI, non è argomento sufficiente a definire la legge come illegittima. Fino a prova contraria fa parte dell’ordinamento legislativo. Eppure, fin dalla pubblicazione del decreto, non sono mancata le espressioni di condanna che ne hanno evidenziato il contrasto con alcuni fondamentali diritti costituzionali.

Tra le voci più autorevoli che hanno sollevato obiezioni simili, l’ASGI è risultata una delle più attive. Proprio sul tema dei “diritti anagrafici”, ossia quelli che il Sindaco Orlando afferma di voler difendere attraverso la sospensione della legge, ha prodotto diversi documenti illuminanti. La modifica più rilevante apportata dalla nuova legge, deriva dal fatto che, come affermato dal testo, il permesso di soggiorno per richiesta asilo “non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica”. Prima invece, ai richiedenti asilo era riconosciuto il diritto di essere iscritti all’Anagrafe del Comune in cui aveva sede il proprio centro di accoglienza. Questo assicurava loro l’accesso ai servizi fondamentali. Adesso invece, si potrà accedere ai servizi forniti dal territorio nel luogo in cui si ha domicilio. Il problema però è duplice. Prima di tutto perché chi non possiede una dimora si trova escluso dalla possibilità di esercitare i diritti fondamentali. Dall’entrata in vigore del decreto sono centinaia i richiedenti asilo che sono stati allontanati dagli SPRAR e non tutti sono riusciti a rientrare in strutture CAS per insufficienza di posti. Chi era titolare di un permesso di soggiorno per motivi umanitari rilasciato prima dell’entrata in vigore del decreto, non ha diritto a risiedere né nei CAS né negli SPRAR, anche se possiede un contratto di lavoro. Tutto questo fa sì che le persone senza alcuna alternativa alla strada e quindi impossibilitate a indicare un domicilio, sono in aumento a causa di questo decreto. Come potranno quindi accedere ai servizi elementari?

Se questo non bastasse, è probabile che, erroneamente, molti enti continueranno a richiedere la residenza, ostacolando gravemente l’accesso dei richiedenti asilo a tutti quei servizi ai quali, secondo questa legge hanno diritto sulla base del domicilio e che, secondo la Costituzione, gli spettano in quanto esseri umani. Tra questi spiccano il diritto all’iscrizione al Sistema Sanitario Nazionale e quindi alle cure e il diritto all’iscrizione ai centri per l’impiego per poter svolgere attività lavorativa. Chi già godeva di protezione umanitaria, si trova poi tagliato fuori di punto in banco, da tante altre prestazioni sociali (es. assegno famiglie numerose, bonus bebè, assegno di maternità di base, accesso agli alloggi popolari, accesso agli asili nido ecc.) che magari stavano già consentendo di portare avanti con successo il cammino dell’integrazione.

Queste sono le ragioni che hanno spinto molti osservatori, operatori e attivisti a esprimere dubbi sulla costituzionalità della nuova legge. Non stupisce poi che siano gli amministratori comunali a voler contenerne gli effetti con ogni mezzo, dal momento che i molti disagi che questa norma provoca pesano proprio sui territori, che si ritrovano a gestire “persone-fantasma”, senza casa e senza diritti.  

Per concludere, è vero che i Sindaci non hanno il potere di sospendere le leggi del Parlamento e che “disapplicarle equivale a violarle”. Ma è anche vero che un pronunciamento del Tribunale Costituzionale risulta decisamente urgente. Questo non può avvenire senza una richiesta da parte di un giudice ordinario. Se l’azione del Sindaco di Palermo servirà indirettamente a sollecitare una sentenza della Corte, questa servirà a superare l’impasse che in questo momento tiene imbrigliati i diritti di centinaia di persone. Per cui sì, è vero che come dice Mirabelli “L’atto […] di disobbedienza istituzionale, è in sostanza un atto politico di dissenso nei confronti della legge “. Ma è anche vero che, come sostiene Orlando, la politica non è altro rispetto alla vita della gente e che è compito di ogni amministratore coniugare la politica con i bisogni quotidiani di tutti e di ciascuno.  Pertanto, anche chi non è d’accordo con i mezzi impiegati, dovrà riconoscere che l’obiettivo, ossia esortare un pronunciamento dell’unica autorità competente al controllo di costituzionalità, anche suscitando tanto clamore mediatico, è auspicabile per tutti.

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