L’esercito dei tirocinanti

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Sarà pur nostalgico parlare ancora, nell’oblio tollerante e ipocrita in cui è precipitato il pensiero marxiano, di quel famoso “esercito di riserva”, tanto illustre fantasma di tempi passati. Eppure la legge del mercato, con i suoi inganni e i suoi ricatti, di molto non è cambiata; si è fatta astuta certo, si è legittimata, ha occultato sotto nuovi nomi le sue antiche efferatezze, le sue miti menzogne. Il lavoro sfruttato esiste ancora. Il lavoro senza diritti (ma questa è pratica ormai accettata, con la goduria di JP Morgan), il lavoro senza sicurezza, in nome di una flexicurity mutilata ad arte, il lavoro senza retribuzione, nel cosmo caotico dei tirocini curriculari, laddove si estende il deserto delle tutele, l’arbitrarietà della paga, la debolezza contrattuale dei lavoratori.

Nel 2016 sono stati certificati in Italia circa 131.000 tirocini universitari (fonte Almalaurea) nella maggior parte dei casi non retribuiti, spesso inutili anche dal punto di vista professionale giacchè si compongono frequentemente di mansioni ripetitive e non qualificate, attività in cui gli studenti assistono passivamente o prestano una vera e propria manodopera gratuita. Ne abbiamo parlato con alcuni tirocinanti della scuola di agraria e medicina veterinaria dell’Università di Padova. Enrico ci racconta di aver iniziato il mese scorso un tirocinio presso un’azienda alimentare della zona: apre centinaia di yogurt al giorno, controlla la presenza di lieviti e muffe. Il suo è un incarico non qualificato (svolto da molti operai senza un titolo di studio), un impiego che non richiede capacità specifiche o conoscenze preliminari, spesso mortificante e inadeguato allo studio universitario. Inoltre, nelle 350 ore di stage, circa tre mesi, non recepisce alcun rimborso spese o buono mensa; ha dovuto persino rinunciare al lavoro settimanale con cui si pagava gli studi. Ma c’è qualcuno a cui va peggio, nelle giornate passate ad attaccare etichette, a far fotocopie, a fissare un computer senza compiti né responsabilità. “Versiamo 2500 euro all’anno di tasse universitarie” dice Enrico “e siamo costretti a lavorare gratuitamente, pagandoci gli spostamenti e rinunciando spesso ai nostri lavori retribuiti che l’università non considera o non riconosce come tirocini”.

Un problema, quello delle attività lavorative curriculari, che completa il drammatico quadro del lavoro precario giovanile, nei tempi della Gig economy e del food delivering, quando le faglie del diritto si spalancano e ingoiano le nuove generazioni. Senza uno statuto degli studenti tirocinanti volto ad arginare gli abusi e a tutelare il lavoro con norme sulla maternità, sulla malattia, sul tutor universitario e aziendale, senza un controllo stretto degli enti ospitanti, per garantire il successo della pratica di apprendimento e coordinare realmente università e lavoro, l’aspra selva dei tirocini può diventare una placida culla per lo sfruttamento, il ricatto e il lavoro non salariato. In primo luogo, infatti, va riconquistata la forza contrattuale e vertenziale dei tirocinanti, fronteggiando il pericolo che questo sistema diventi l’occasione per un lavoro a basso costo e ad alto profitto, dove non può esistere sciopero o contestazione. Il cappio delle 350 ore (o anche di più, a seconda dei casi): farle e basta, in ogni modo, perché è obbligatorio, perché non ci si può rifiutare, anche quando il lavoro è umiliante, anche quando implica spese a carico proprio. Le migliaia di tirocini universitari rischiano di essere, in ultima analisi, il fattore x del mercato del lavoro, l’incognita capace di alterare dinamiche ed equilibri, troppo spesso a danno degli studenti e degli operai.

Recuperare la dignità del lavoro tirocinante, con uno statuto dei diritti e l’obbligo della retribuzione, è tuttavia una missione non disgiunta dal ripensare integralmente l’università e il suo ruolo di cinghia di trasmissione con il mondo del lavoro. L’università non è un centro di collocamento e non è neppure una fabbrica di carriere (o per lo meno non lo dovrebbe essere). Formazione e orientamento sono cosa ben diversa dai career day, dai partenariati, dal flusso di maestranze e denaro privato lungo la linea università-aziende; e questo è un discorso più complesso, che coinvolge anche l’infausto sistema dell’alternanza scuola lavoro, per molti versi non dissimile. L’opportunità dei tirocini, che potrebbe essere una pratica formativa straordinaria e appagante, non può diventare degradazione del lavoro e dello studio; al contrario, l’Università può e deve cogliere l’occasione per stringere fertili accordi con aziende che propongono modelli economici alternativi e sostenibili, al fine di educare a un nuovo modello di lavoro, promuovendo la buona coscienza degli studenti. Una questione, dunque, gravida di sfide, purché le si voglia affrontare, purché si abbia il coraggio di mettere in discussione il presente. Bisogna invertire la direzione del vento, di quel vento che colpisce in fronte i giovani, spesso abbandonati nei crepacci di un sistema, inconsapevolmente sfruttati sotto etichette e sigle fallaci, bisogna ridare il proprio nome alle cose e ricostituire, dove arida sabbia li copre, i confini della dignità.

1 Comment

  1. Che ne dice il buon Giggino ministro dello sviluppo economico e ministro del lavoro e delle politiche sociali (ministro protempore)?

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